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Home Strade e ferrovie: sicurezza e salute Strade, sicurezza, salute.
Strade, sicurezza, salute.
Mercoledì 05 Settembre 2018 12:05


Strade, sicurezza, salute.

E’ difficile dire qualcosa di non banale, non saccente e non opportunisticamente moralistico (“Noi l’avevamo sempre detto !”) su quel che è avvenuto a Genova il 14 agosto 2018. Può essere utile, oltre che senz’altro umilmente onesto, impegnarsi a lavorare sullo scenario più vasto entro il quale il crollo del Ponte Morandi si è inscritto. SNOP prova ad esserci mediante gli strumenti che le sono propri: aprire spazi alla comunicazione e al confronto, valutare, proporre.

a) Comunicazione, discussione, confronto. Già da prima del crollo del 14 agosto, SNOP aveva pensato ad estendere la sezione del sito associativo dedicata a “Treni, sicurezza, salute” alle tematiche di sicurezza e salute che attengono a tutti i generi di strade, ferrate e non, ai trasporti delle merci come delle persone, ai percorsi che si fanno per lavoro come per altri motivi. Di fatto lo stava già imponendo la sequenza ravvicinata di due esplosioni di autocisterne nel nostro Paese, la prima con più morti, la seconda con “soltanto” un morto ma con gravi danni immediati e gravi ricadute sulla circolazione, anche sul lungo arco temporale, in uno snodo importante e convulso come quello bolognese. La prossimità tra i due suddetti incidenti del trasporto su gomma e le problematiche di rischio del trasporto su rotaia emergeva con forza dall’evidente, comune complessità dei due ordini di circostanze, nei quali la “causa ultima” non è necessariamente la principale e in cui gli eventi classificati come “errore umano” non costituiscono affatto l’evento sciagurato e imponderabile che sconvolge un panorama per ogni altro verso sotto controllo, ma un elemento comunque ineliminabile, del quale va previsto che prima o poi accadrà: soprattutto nel contesto di sistemi e persone stressati dalle pressioni produttivistiche e dalla rincorsa alla riduzione dei costi di produzione. Ecco quindi, su questo sito, uno spazio comunicativo aperto a tutti i soggetti che si occupano, professionalmente o meno, di prevenzione e che vogliano ragionare, chiedere, esprimersi essi stessi, con l’unico vincolo della pertinenza e dell’evitare i meri sfoghi emotivi e lo sproloquio gratuitamente offensivo (l’Ufficio di Presidenza di SNOP si riserva per questo di decidere quali contributi pubblicare, tra tutti quelli ricevuti).


b) Valutare il rischio. Il rischio è connaturato al vivere (non esistono attività senza rischio), ma tutti il rischio cerchiamo di ridurlo a livelli che ci consentano le nostre espressioni vitali, come singoli e come comunità. Noi facciamo continuamente operazioni di valutazione del rischio informali, spesso addirittura subconsce: quando decidiamo di attraversare una strada subito o solo dopo che sia passato un autobus in arrivo, di assumere un farmaco o meno, di vaccinare o non vaccinare i nostri figli, di intraprendere un viaggio o soprassedere. Ci sono molte situazioni in cui è necessaria una valutazione del rischio strutturata i cui aspetti tecnici vanno affidati a tecnici: il che non vuol dire che scompaiano gli aspetti decisionali di altra natura, da cui non possono essere estromessi tutti i portatori di interesse (aziende, Stato, lavoratori, cittadinanza nel suo assieme), a maggior ragione in un mondo complesso come quello attuale in cui si sono fatti molto sfumati, finanche a volte ad annullarsi, i confini tra il rischio occupazionale, il rischio agli ambienti e ai comportamenti di “vita comune” e finanche il rischio legato al semplice abitare in un determinato luogo. Pensiamo soltanto agli scenari di rischio per la sicurezza e la salute dovuti a grandi impianti della chimica di base (come a Bhopal e a Seveso), a un’acciaieria ancora legata al ciclo del carbone nel pieno di un tessuto urbano (come a Taranto), a un trasporto di merci pericolose attraverso una città su ferro (come a Viareggio) o su gomma (come a Bologna), al deragliamento di un treno che uccide un contadino che curava i suoi alberi a bordo ferrovia (come tra Andria e Corato), al crollo del Ponte Morandi che coinvolge



chi era in autostrada per lavoro o per andare in vacanza come chi vicino all’autostrada ci abitava. Nel vocabolario dell’Unione Europea sono entrati da qualche tempo i termini di DNEL (valore “derivato”, vale a dire stimato per calcolo estrapolativo verso le “basse dosi”, in corrispondenza del quale si valuta che un’esposizione non darà luogo ad effetti avversi) e di DMEL (valore anch’esso “derivato”, quindi anch’esso stimato per calcolo estrapolativo verso le “basse dosi”, in corrispondenza del quale si valuta che un’esposizione darà luogo ad effetti avversi soltanto “minimi”): nascono in riferimento ai rischi chimici, ma l’ambito concettuale della loro applicazione può essere esteso ai rischi di qualsiasi genere. Per paradosso, quando si debbano compiere scelte di sanità pubblica può risultare più prudente (o meno imprudente) prendere a rifermento un DMEL piuttosto che un DNEL; quest’ultimo, in prima battuta massimamente cautelativo, non può che derivare dall’assunzione dell’aver posto sotto controllo tutti o pressoché tutti gli elementi che possono concorrere a generare un rischio, eventualmente ammettendo una qualche incertezza residua che dovrebbe essere tenuta a bada da un qualche fattore demoltiplicativo del “valore sicuro”. Ma per l’appunto, anche in un DNEL può entrare come un a priori l’ammissione che non tutti i fattori di rischio, con particolare riguardo alle loro interazioni, possono essere tenuti sotto controllo, che le conoscenze su cui basiamo il giudizio odierno potrebbero risultare incomplete, insufficienti, inadeguate tra cinque, dieci, venti anni, che gli stessi scenari di esposizione del futuro potrebbero essere molto diversi da quelli attuali. Vale quindi la pena di ammettere anche a livello concettuale esplicito che un livello di rischio ineliminato esisterà sempre, che il nostro obiettivo non può essere altro che quello di minimizzarlo attraverso interventi improntati alla massima fattibilità (anche tecnologica) e sulla base di un principio di precauzione, e che la quantificazione del “minimo” del rischio e quindi della probabilità e della gravità degli effetti avversi sarà onesto condividerla dando voce a tutti i portatori di interesse, sapendo che la ripartizione del rischio sarà disomogenea e diseguale e che la sua accettabilità, o meno, sarà molto differenziata a seconda di chi sopporterà il gravame dell’una o dell’altra quota del rischio medesimo. In ogni caso, insistiamo a dire che è pericolosa la costrizione dell’esito di una valutazione di rischio in un valore numerico generato da un algoritmo e che, invece, i numeri devono servire a orientare le scelte di chi è investito della responsabilità di compierle, non a generare scelte automatiche. Insistiamo a dire che è pericolosa l’impostazione liberista per cui sono i soggetti imprenditoriali che (magari dopo aver ricevuto in concessione una funzione di servizio pubblico) in completa autonomia valutano e gestiscono i rischi a cui vengono sottoposti lavoratori, cittadini e ambiente, con una parte pubblica che, come in un classico aneddoto, svolge pressoché solo la parte dei Carabinieri che girano tra i banchi di un mercato per sventare gli imbrogli e acciuffare i mariuoli. Insistiamo a dire che per valutare e governare i rischi sono fondamentali le istituzioni pubbliche, le comunità, le persone sia professional che non, le competenze, le esperienze, l’anima.


c) Proposte. Evitando la consueta, grottesca profusione di pronunciamenti post-disastro per l’emanazione di nuove regole “più severe” e per l’inasprimento delle pene a chi le violasse, pensiamo che occorra modificare il trend di politica generale che, in parte generato dalla crisi economico-finanziaria e in parte generatore di essa, ha portato a marginalizzare le tematiche sia di protezione ambientale, sia di sicurezza (nel senso di safety) e salute, sia di partecipazione dei cittadini alle scelte di governo, nonché a marginalizzare il ruolo stesso delle istituzioni pubbliche. Pensiamo che le valutazioni del rischio (sulle cui caratteristiche di processi per il miglioramento continuo in funzione dei cambiamenti “interni e del contorno” non ci stancheremo mai di insistere) debbano fare i conti con realtà che non sono costruite in laboratorio, che non necessariamente seguiranno in futuro i percorsi seguiti fino ad oggi e sui quali si basano gli stimatori che supportano i giudizi conclusivi riguardo, ad esempio, la percorribilità o meno di un ponte autostradale. Pensiamo che il risk management sia un’operazione troppo seria per delegarla ai soli tecnici dei sistemi aziendali, ma imponga la necessità di istituzioni pubbliche robuste e di una cittadinanza attiva e attivamente coinvolta: se non altro perché, a fronte del pagamento di un pedaggio autostradale, ritiene di poter disporre di un servizio e non di un’avventura pericolosa. Pensiamo che una “grande opera” indispensabile al nostro Paese (e non solo ad esso) sia di realizzare, nell’arco di non troppi anni, un programma di manutenzione del territorio, del costruito, dell’impiantistica che esca dalla logica



dell’esternalizzazione dei centri decisionali strategici dal pubblico verso il privato (particolarmente il privato finanziario, che intrinsecamente non risponde agli Stati, alle popolazioni, ai territori e nemmeno all’imprenditoria produttiva) e che interrompa una spirale di degrado che genera impoverimento che a sua volta genera degrado, sofferenza e morte.


Agosto 2018

Ufficio di Presidenza SNOP






Ultimo aggiornamento Mercoledì 05 Settembre 2018 12:27
 

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