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Home La prevenzione a tutto campo Il caso dell'Ilva di Taranto
Il caso dell'Ilva di Taranto
Mercoledì 26 Settembre 2012 16:54

Tutti conosceranno il caso dell’Ilva di Taranto. La più grande acciaieria d’Europa fondata nel 1961 appartenente al Gruppo Riva, controllata dall’omonima famiglia dal 1995 e da tempo al centro di un dibattito per il forte impatto ambientale. Nel gennaio 2012 il fondatore del gruppo Emilio riva, il figlio Nicola, Luigi Capogrosso direttore dello stabilimento, Ivan Di Maggio dirigente capo area del reparto cokerie e Angelo Cavallo capo area del reparto agglomerato sono stati indagati con l’accusa di disastro colposo e doloso, avvelenamento di sostanze alimentari, omissione dolosa di cautele contro gli infortuni sul lavoro, danneggiamento aggravato di beni pubblici, getto e sversamento di sostanze pericolose e inquinamento atmosferico.

 

In quell’ambito sono state depositate presso la Procura della Repubblica di Taranto due perizie, una chimica e l'altra epidemiologica. Nella perizia sulle emissioni si legge che nel 2010 l’Ilva ha emesso nell’aria quantità considerevoli di sostanze dannose all’organismo e per l’ambiente tra cui ricordiamo, senza voler considerare tutte le sostanze disperse in modo incontrollato, polveri, diossido di azoto, anidride solforosa, acido cloridrico, benzene e diossine; quest’ultima una classe di composti a cui appartengono cancerogeni riconosciuti per l'uomo e tra i più potenti composti tossici conosciuti. La diossina ha reso inoltre impossibile il pascolo sui terreni nel raggio di 20 km dall’impianto, il che diviene un serio ostacolo per la crescita agricola della zona. Sulla perizia epidemiologica, nei sette anni presi in considerazione, si legge un totale di 11.550 morti per cause cardiovascolari e respiratorie e un totale di 26.999 ricoveri per cause cardiache, respiratorie e cerebrovascolari. La perizia si conclude così: «l’esposizione continuata agli inquinanti dell'atmosfera emessi dall'impianto siderurgico ha causato e causa nella popolazione fenomeni degenerativi di apparati diversi dell'organismo umano che si traducono in eventi di malattia e di morte».

Il gip di Taranto Patrizia Todisco nel luglio 2012 ha disposto il sequestro di sei impianti dell'area a caldo dell'Ilva e gli arresti dei nuovi vertici dell’impianto siderurgico scrivendo nell’ordinanza che l’impianto è stato ed è tuttora causa di «malattia e morte» e che «chi gestiva e gestisce l’ILVA ha continuato in tale attività inquinante con coscienza e volontà per la logica del profitto, calpestando le più elementari regole di sicurezza». La questione è che la produzione per adesso non è stata fermata poiché le procedure di spegnimento di un impianto siderurgico richiederebbero settimane di lavori sotto stretta sorveglianza per non violare nessuna norma di sicurezza. Per adesso quindi le ipotesi sono due: o la progressiva fermata degli impianti o un intervento per consentire il risanamento ambientale senza fermare gli altiforni.

Ultimo aggiornamento Martedì 02 Ottobre 2012 21:22
 

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