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Luana e tanti altri
Mercoledì 12 Maggio 2021 17:11


Luana e tanti altri

Come un fiume carsico, riemerge puntualmente in questi giorni la questione dell’insicurezza sul lavoro, portata prepotentemente all’attenzione dei media e delle comunità da una serie di drammatici infortuni sul lavoro che hanno travolto in rapida sequenza vite giovani e meno giovani, in un momento nel quale....

molte energie sono concentrate nella “ripresa produttiva” dopo il lungo periodo di crisi legata alla pandemia: per vari aspetti, un brusco risveglio dalla speranza - come si dice - di uscire dal tunnel ma anche, purtroppo, nulla di nuovo. Colpisce la banalità delle dinamiche, che si ripetono sempre uguali oggi come nel passato, segnate dai ritmi di produzione, dagli orari di lavoro, dalla precarietà, dall’organizzazione della produzione e dal timore di perdere il lavoro o la commessa.


Come sempre accade in queste occasioni, la soluzione più invocata è quella dell’aumento dei controlli nei luoghi di lavoro. Chi quotidianamente si occupa di salute e sicurezza sul lavoro sa bene però che il problema non è solo quello dei controlli (e, semmai, della loro efficacia), certamente necessari, ma che non possono da soli portare ad un risultato stabile: un risultato che potrebbe conseguire solo ad un cambiamento che investa il sistema produttivo e l’intera società, che restituisca priorità alla salute come diritto fondamentale sul lavoro, che renda inconcepibile pensare un lavoro disgiunto dalla salute e dalla sicurezza, e la salute sul lavoro come tema separato dalla sicurezza.

E certamente a questo obiettivo deve essere in grado di contribuire un sistema pubblico di prevenzione rafforzato e arricchito di tutte le professionalità necessarie ad assumere un ruolo di supporto nei confronti della miriade di micro e piccole imprese che costituiscono la gran parte del tessuto produttivo del nostro Paese.

Non possiamo che ripetere anche in questa occasione considerazioni che da troppi anni andiamo facendo.

Riportiamo qui una più ampia riflessione in merito di Claudio Calabresi.

Anna Maria Di Giammarco


Qualche domanda, poche risposte

Ogni volta che ci sono morti un po’ meno anonimi, per vari motivi, l’effetto mediatico è improvvisamente imponente.  È naturale, e in parte va anche bene, che almeno ci sia periodicamente un effetto di risveglio generale dopo episodi così dolorosi.

Gli eventi degli ultimi giorni (Prato, Busto Arsizio, ecc.) - quelli che molti si ostinano a chiamare, erroneamente, “morti bianche”, dove di bianco (nel senso della purezza) non c’è proprio nulla - pongono in luce alcune questioni che forse è opportuno tornare (per l’ennesima volta) a considerare.

Un orditoio a Prato, un’alesatrice a Busto Arsizio…e tanti altri, almeno due al giorno. Eppure, ad esempio nel tessile (Prato), gli infortuni mortali erano da anni quasi spariti.


Pensare che sia un problema di controlli o soprattutto di controlli (e quindi che le strutture di prevenzione e controllo esterne possano contribuire significativamente e capillarmente ad evitare queste tragedie), come detto subito da molti, mi pare ingenuo, utopistico e sostanzialmente elusivo.   Il problema è il “sapere delle imprese”, l’“organizzazione del lavoro in sicurezza e salute” e l’informazione-formazione dei lavoratori di tutta la catena d’impresa: insomma una cultura d’impresa che non consideri la salute e sicurezza dei lavoratori una variabile secondaria, che viene molto dopo altri aspetti.  Una cultura d’impresa dentro una cultura e una consapevolezza di paese, questione ovviamente complessa.

Molti infortuni sono ancora l’espressione di uno degli aspetti che potrebbe essere considerato sorprendente per un osservatore non particolarmente esperto: nelle attività lavorative “vecchie”, industriali e non (in edilizia, in agricoltura, in metalmeccanica, ecc.), che si sono mantenute nel tempo negli ultimi 60-70 anni, gli eventi infortunistici più gravi e mortali avvengono oggi molto spesso con le stesse modalità e dinamiche degli anni ’50-’60.  Il numero di eventi si è considerevolmente ridotto nel corso soprattutto degli ultimi 2-3 decenni ma le caratteristiche sono sempre le stesse, come se nulla in quei posti, in quei lavoratori, fosse cambiato….


Più in generale, quando accadono questi eventi, le domande che la gente e i media pongono sono sempre le stesse, giustificatamente: come va la sicurezza nei luoghi di lavoro? queste morti significano che sta andando peggio?    La risposta è complicata: non va bene, certamente, anche se i morti sono molti meno di qualche decennio fa.

Venendo al tempo attuale, stanno diminuendo ancora?  Almeno negli ultimi 2-3 anni, sembra proprio di no… e tra l’altro proprio in questi ultimi 16 mesi, nonostante tutto quello che è accaduto e molte attività rimaste a lungo ferme, non sono diminuiti soprattutto gli infortuni gravi.   Diminuiscono gli infortuni nel complesso ma non quelli gravi e mortali, anzi questi negli ultimi tempi aumentano.  E dal 2020 si sono aggiunti gli infortuni mortali da Covid, che hanno riguardato in particolare gli operatori sanitari e sociosanitari.


Nei periodi di crisi le risorse destinate alla prevenzione sono in genere le prime ad essere sacrificate, in una visione errata e miope secondo cui la prevenzione rappresenterebbe prima di tutto un costo: ahinoi, un errore storico! E se consideriamo che quando c’è una ripresa, comunemente gli infortuni aumentano, c’è da aspettarsi che prossimamente la situazione peggiori.


Siamo alle prese con enormi disomogeneità e diseguaglianze (anche di diritto alla salute e alla salute e sicurezza sul lavoro). Lo sappiamo: in Italia 1/3 dei circa 25-26 milioni di lavoratori è senza tutela assicurativa pubblica, una parte di questo terzo (almeno 2-3 milioni e forse sempre di più) è completamente irregolare con una distribuzione disomogenea nella penisola.


Negli ultimi 10 anni (2010-2019) gli infortuni denunciati all’INAIL sono passati da 871.477 a 644.907 (-25%)


Gli infortuni riconosciuti da 601.216 a 413.564 (ridotti del 30%)


Gli infortuni gravi (>40gg) da 150.202 a 109.778 (- 27%)


Gli eventi con esito mortale da 1001 a 677 = - 32% (ma in aumento nei lavoratori con più di 50 anni e sempre ricordando che più del 50% ossia 386 = 57% avvengono sulla strada)


Dal 2019 al 2020 gli infortuni mortali all’INAIL sono però “improvvisamente” passati da 1089 a 1270 = + 17% (nella sanità dal 3% al 10%).


Nei primi 3 mesi di quest’anno, rispetto ai primi 3 mesi del 2020, gli infortuni nel complesso appaiono più o meno stabili (anche se in alcune regioni sono discretamente aumentati) ma quelli mortali (denunciati) sono aumentati del 12%.


Ma i numeri servono? certo, indicano dei fenomeni e vanno utilizzati nel miglior modo possibile, però non è tutto qui. Non basta contare i numeri dei casi che vengono allo scoperto: l’infortunio o la malattia professionale non sono l’unico segno di ingiustizia sul lavoro: lavoro precario, flessibile o agile, con contratti che sono spesso spaventosi e ricattatori e si risolvono in una perdita di diritti elementari.  Abbiamo ormai occhiali e strumenti di interpretazione inadeguati a leggere una situazione che negli ultimi 20 anni è enormemente cambiata.


Gli effetti biologici, grandi o piccoli, evidenti o meno che siano, che l’attuale mondo del lavoro produce e produrrà al proprio interno, sono certamente molto più articolati della punta dell’iceberg rappresentata dai grafici infortunistici e da quelli delle malattie qua e là (solo in alcune regioni) in aumento.

Misurare il lavoro di oggi (e domani) e le conseguenze di salute con i lenti preferenzialmente utilizzate negli scorsi decenni, contando “solo” gli infortuni e le malattie professionali, a me pare sempre meno sufficiente, sempre meno congruo.   Bisogna partire dalla realtà dei rischi, dalla sempre più complessa realtà del lavoro, con tutte le trasformazioni che ci sono state e che sono in corso e che, pur lasciando fasce di produzione non dissimili dagli anni passati, hanno comportato l’introduzione di rilevantissime modificazioni nelle forme, nelle modalità, nei rapporti di lavoro oltre che, con la crisi ormai decennale, della stessa disponibilità del lavoro. Parliamo (o parlano…) di industria 4.0, di robotizzazione ma … che dire delle larghe sacche di lavoro disperato, di sfruttamento, di schiavizzazione dei tanti che oggi si piegano (sono costretti…) ad accettare di lavorare senza diritti e senza tutele?

Occorre domandarsi come valutare gli effetti della precarizzazione, del lavoro instabile magari alternato al non-lavoro, della flessibilità esasperata con il frequente cambiamento di mansioni e attività di molta parte dei lavoratori di oggi. Quali sono le conseguenze del procedere della terziarizzazione e del progressivo rilevante decremento delle attività manifatturiere anche in termini di mutamento dei rischi?  Come affrontare l’ormai cronica frantumazione delle imprese, che in Italia per il 95% hanno meno di 10 addetti? Come approcciare la fetta rilevante di lavoro nero, che non è inferiore a ¼ del lavoro di questo paese?


Con l’invecchiamento della popolazione e il contemporaneo decremento delle nascite, con l’impatto dell’immigrazione, con le trasformazioni produttive dove permangono (pur in attenuazione) vecchi rischi ma vanno sempre più comparendo nuove forme e modalità di lavoro, nuovi rischi, con la persistenza di inquinamenti dell’ambiente, ecc. ecc. negli ultimi 15-20 anni si sono verificati imponenti mutamenti nel mondo, e naturalmente anche nel mondo del lavoro: nella produzione, nei rapporti di lavoro, nei valori che avevano caratterizzato soprattutto positivamente gli ultimi decenni dello scorso secolo (la solidarietà, l’aggregazione, l’aspirazione al rispetto dei diritti, ….).

Si sono modificati i rischi sul lavoro e soprattutto i danni derivanti dal lavoro, pur in parte ridotti grazie ai positivi interventi portati avanti a cura di molti e in parte proprio in conseguenza delle trasformazioni produttive, non tutte positive - almeno in termini di diritti e di salute - ma neppure tutte negative….


Insomma, gli effetti di queste innovazioni si misureranno anche in futuro contando “solo” gli infortuni, i morti, i malati “codificati”? oppure occorre che la società nel suo complesso (e non solo la scienza) si attrezzi per capire, studiare, approfondire effetti sicuramente un po’ meno “grossolani” dei due che naturalmente si continueranno a contare?  (a proposito, sperando di contarli bene, senza dimenticare - e anzi contrastando collettivamente - il fenomeno rilevante della sotto denuncia, e di contarli in tutti i lavoratori, non solo nei 2/3, ossia la popolazione “assicurata”, in cui li stiamo contando tuttora).  Contarli e renderli noti (e fruibili) a tutta la popolazione.

Molti approcci vanno attualizzati: è sensato pensare che funzioni veramente l’attuale formazione (spesso, come sappiamo, intesa come adempimento burocratico) nei confronti di lavoratori che oggi sono qui, domani in un altro posto, dopodomani senza lavoro, ecc. ecc.? Come raggiungerli?

Come far sì che le attività di informazione e comunicazione penetrino diffusamente e incidano su un indispensabile cambio culturale nella società?  E che invece non si risolvano solo in adeguamenti formali alle norme senza efficacia reale?

Certo questa riflessione, a chi chiede “come vanno le cose?”, aspettandosi dei numeri (morti, feriti, malati “classificati”), potrà sembrare una risposta evasiva e non precisa ma forse bisogna trovare il modo (e il coraggio) di cominciare almeno tra noi, e sempre più diffusamente verso l’esterno, una riflessione che sia utile per l’acquisizione appunto di qualche lente in più che permetta di allungare lo sguardo.

Credo che prima di tutto si debba pensare ad un rinnovamento della cultura d’impresa e ad un mondo del lavoro in cui sicurezza, salute, legalità siano elementi di fondo e non questioni opzionabili, in cui la salute riguardi l’intera popolazione e tutti i fenomeni, senza confini inutili e persino talora dannosi (vita, lavoro, ambiente, salute, ……. one health).


Ogni volta che accadono tragedie sul lavoro bisogna sforzarsi tutti - lo ripeto ancora - di ricordare che la prima responsabilità di tali eventi è “dentro” il luogo in cui gli stessi accadono e “dentro” quell’organizzazione, in quella catena organizzativa o al massimo nella più ampia catena di produzione (con le “complicità” dirette o indirette e i silenzi del contorno).

Le altre funzioni, le altre responsabilità esterne, dello Stato, delle Regioni, delle Istituzioni, sono contorno, contorno rilevante ma pur sempre contorno.  E comunque un contorno ancora confuso, nonostante tante norme, in cui ci sono ancora ruoli separati e talora poco chiari, differenze tra settori produttivi, in assenza di una strategia davvero nazionale che permetta di superare le drammatiche disomogeneità e diseguaglianze che pervadono il paese anche sul piano di un diritto fondamentale come quello della salute.

Non è forse un caso che gli operatori che hanno i compiti di prevenzione e vigilanza nei luoghi di lavoro siano oggi meno della metà di 15-20 anni or sono; del resto, l’intero sistema sanitario ha mostrato nella pandemia enormi falle, enormi insufficienze ed impreparazioni - dopo anni di incuria e di tagli, di prevenzione ignorata - di fronte ad un evento che non era certo imprevedibile, checché se ne dica, a cui ne seguiranno prevedibilmente altri.


Al tempo del Covid, magari si sta ponendo attenzione alle misure di protezione dal contagio (e vorrei vedere il contrario) ma probabilmente sono ancor più dimenticate le altre misure, che evidentemente non erano molto radicate.

A maggior ragione in questi tempi di pandemia, e appena l’emergenza comincerà a ridursi, il rischio è che il lavoro venga “prima di tutto” e senza regole, senza diritti o con grande compressione dei diritti.


In un passato che sembra davvero lontano, c’era la classe operaia, c’erano lotte sociali e sindacali, oggi ci sono lavoratori spesso soli, poco aggregati e ancor meno tutelati perché da soli è molto più difficile tutelarsi e non sempre “da fuori” li si tutela….  Questo è il rischio, in un contesto dove aggregazione sociale e solidarietà sembrano utopie.  Bisogna invertire questa tendenza.

Se si continua ad accettare che almeno un quarto del lavoro (e forse più) sia poco trasparente…. dove potremo andare? Se non si comprende, a tutti i livelli, che un sistema produttivo frammentato e disperso nei territori deve “crescere” (ed essere aiutato) in consapevolezza e capacità produttiva, dove potremo andare?


Da 16 mesi ci misuriamo con il tempo della crisi, sanitaria, sociale, economica, che ha esasperato le diseguaglianze e le ingiustizie tra la popolazione, persino nell’attuale fase vaccinale. La pandemia (o per meglio dire la sindemia) ha drammaticamente disvelato il disastro della sanità (la regionalizzazione diseguale, la miope visione ospedalo-centrica, la svalorizzazione - fino allo svuotamento - delle strutture e dei servizi territoriali, dei Dipartimenti di prevenzione, l’aver trascurato a lungo i medici di medicina generale, fino all’ultima scelta di “militarizzare” - almeno al vertice - l’organizzazione delle vaccinazioni). Stanno emergendo però anche segnali positivi: si riscopre la necessità di valorizzare le competenze e (secondo me soprattutto), in molti territori, l’esigenza di confronto tra persone o gruppi, la riflessione diffusa su nuove priorità individuali e collettive e sulla promozione di uno sviluppo all’insegna dell’equità.


Di fronte a scelte che possono determinare modelli di vita e di società tra loro contrapposti, segnando il destino di tutti, siamo nel tempo non solo dei costruttori (com’ è stato autorevolmente detto dal Presidente Mattarella) ma - io credo - “anche” di costruire la partecipazione, un nuovo progetto comune, da coltivare con l’apporto del maggior numero di persone possibile, ognuna con la propria identità individuale e collettiva.

La partecipazione ha però bisogno di informazione, conoscenza, consapevolezza, perché si possa ragionare collettivamente sulle scelte che riguardano tutti. Di qui la grande utilità dell’iniziativa di #Datibenecomune, cui come Snop abbiamo aderito da subito, condividendone pienamente l’opportunità e gli obiettivi e che sta raccogliendo vaste adesioni.


Come sappiamo, la conoscenza è uno strumento essenziale per la prevenzione, e prevenzione vuol dire anche previsione, quella “previsione” che non è stata messa in atto per il coronavirus e che avrebbe potuto aiutare il sistema a prepararsi.  La carenza di accessibilità e la mancanza di trasparenza dei dati sulla pandemia non è cosa diversa dalla mancanza di conoscenze e di informazioni sulla salute oggi poco disponibili, e che pure potrebbero esserlo con l’integrazione delle informazioni presenti in molti archivi sanitari (tuttora non integrati, non “leggibili” e non utilizzabili dalle collettività).


E’ necessario cambiare la logica che si sta verificando da decenni: partire dai bisogni e dai problemi di salute, disporre di dati/informazioni utili per la popolazione lavorativa (... ad esempio, quali sono gli effetti dell’emergenza nel mondo del lavoro?) ma più in generale per tutta la popolazione: e di qui definire un diverso approccio alle questioni della salute (quello “one health”), una salute che trovi la popolazione più consapevole e quindi più in grado di ragionare sulle (e contribuire alle) scelte necessarie.


È davvero un peccato che anche nell’Atto di indirizzo per l'individuazione delle priorità politiche per l'anno 2021”, firmato dal Ministro Speranza il 23 febbraio, così come nel recentissimo PNRR, non appaia la parola riforma della sanità, partendo da una riforma dell’idea (partecipata) di salute; si prospettano soluzioni, anche economiche, manca però una radicale (e secondo me indispensabile) innovazione del quadro e dei valori di riferimento.  Ma speriamo che qualcosa si possa ancora cambiare, perché la realtà e gli eventi lo esigono.


8 maggio 2021      Claudio Calabresi


Ultimo aggiornamento Mercoledì 12 Maggio 2021 17:17
 

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