SNOP55/56 - Dicembre 2000

SNOP Rivista

" L’Occidente è una nave che affonda, dove tutti ignorano la falla e lavorano assiduamente per rendere sempre più comoda la navigazione, e dove, quindi, non si vuol discutere che di problemi immediati, e si riconosce un senso ai problemi solo se già si intravedono le specifiche tecniche risolutorie."

EMANUELE SEVERINO, Essenza del nichilismo, 1982.

La storia della chimica come emblema di crisi ambientale.
di Paolo Ricci

La storia della chimica a Mantova ripercorre quella di tutte le altre città italiane che, nella metà degli anni ’50, sono state individuate come destinatarie ideali di stabilimenti chimici. La caratteristica socio-economica elettiva era la povertà e quella ambientale l’accesso a grandi quantità d’acqua, dolce o salata. La prima era funzionale alla disponibilità di manodopera ed al consenso sociale, la seconda alle esigenze del ciclo produttivo. Basta scorrere la mappa geografica della chimica in Italia per verificare la fondatezza di questi asserti: Marghera, Mantova, Ferrara, Ravenna, Brindisi, Priolo, Porto Torres (vedi tabella 1).

In questo contesto specifico, in un’epoca segnata da una irresistibile aspirazione verso una rapida crescita economica, era alquanto improbabile che si costruisse un controllo sociale forte capace di valutare, anche solo approssimativamente, l’impatto complessivo di queste scelte di politica economica. Sull’altare dell’occupazione e del progresso le forze sociali tutte, più o meno consapevolmente, hanno sacrificato l’equilibrio idrogeologico e la stessa salubrità del territorio. L’automazione dei processi chimici da una parte e la riconfigurazione della domanda di mercato dall’altra, hanno però comportato progressivamente una caduta verticale del numero di addetti agli impianti di sintesi, una esternalizzazione dei servizi di supporto a questi stessi impianti a favore di ditte cosiddette specializzate e spesso provenienti da altre aree geografiche del Paese. La risultante di tutta questa complessa evoluzione tecnologica è stata la riduzione del numero degli occupati residenti, sia nel comparto che nell’indotto.

Questi insediamenti produttivi sono così quindi diventati socialmente sempre meno appetibili per la comunità ospitante e sempre più gravidi di problemi ambientali, fino al punto di scoraggiare nuovi investimenti di capitale in aree territoriali troppo compromesse, soprattutto da parte di produzioni a minor impatto ambientale. Ma proprio la sinergia di queste due condizioni concomitanti ha finito con il determinare un effetto paradosso, per cui l’industria chimica, dopo aver reso indisponibile il territorio ad altre destinazioni socioeconomiche, ha radicato la propria ragion d’essere quasi soltanto in funzione della sua proclamata ed esclusiva capacità tecnica di bonificare nel tempo il proprio sito, da sé stessa contaminato. Un’offerta sociale ad un territorio deprivato di ogni forza contrattuale che difficilmente potrebbe essere respinta a favore di scelte alternative fattibili ed economicamente concorrenziali. Ma il nodo gordiano cui questa permanenza sul territorio, quand’anche sostenuta da corrette intenzioni di risanamento, rimane pur sempre vincolata, è la redditività degli impianti chimici che riconoscono un proprio ciclo vitale finito, mediamente dell’ordine temporale di 30 anni, e che quindi impone un continuo e radicale aggiornamento del processo produttivo, con conseguente impegno finanziario.

Si viene così a creare un equilibrio critico tra concreto interesse a rimanere, e quindi a bonificare, ed opposto interesse a reinvestire ex-novo, dislocando queste industrie a forte impatto ambientale, ma irrinunciabili per l’economia occidentale, in altre aree depresse del globo a basso controllo sociale, alimentando così una sorta di circolarità ineluttabile della storia della chimica con conseguenze planetarie di tipo esponenziale.

In questo scenario, l’antitesi inquinamento-occupazione, in cui si dibatte il movimento sindacale per la difesa del posto di lavoro, tende facilmente a risolversi nella sintesi disoccupazione inquinata.

Sarebbe una patetica forma di hybris pensare che anche i nostri Servizi possano deviare il corso del processo economico, tuttavia è sempre bene acquisire la consapevolezza del contesto più generale in cui si inserisce il proprio lavoro, per agire almeno da modulatori, capaci cioè di ridurre la magnitudo dei danni. La prevenzione vera appartiene inevitabilmente alla politica, per quanto logora ed impopolare possa oggi apparire questa categoria, verso cui i Servizi, ormai liberati da ogni idòla, dovrebbero ritornare a proporsi come interlocutori esperti, in grado di dialogare con tutte le forze sociali coinvolte a vario titolo nella salvaguardia della salute e dell’ambiente. L’unica tematica che, forse proprio in virtù della sua essenzialità, riesce oggi a suscitare ancora nel mondo grandi mobilitazioni di massa. E’ un ruolo che abbiamo progressivamente perduto, in nome dell’oggettività della scienza e della tecnica che ha finito per farci percepire anche i fenomeni umani come se fossero cose, come fatti di natura regolati da leggi cosmiche o divine. E’ ciò che la sociologia durkheimiana chiama reificazione, per cui il mondo oggettivato perde la sua capacità di essere visto come creazione umana. La relazione uomo-mondo si inverte nella coscienza ed ogni prodotto umano, nella fattispecie l’inquinamento industriale, finisce per essere assimilato all’ordine naturale delle cose e quindi sostanzialmente subito come ineluttabile.

L’impegno epidemiologico, preventivo e giudiziario a Mantova

Dalla metà degli anni ’50, il comune di Mantova è sede di un importante "polo chimico", che per estensione è pressoché sovrapponibile al centro storico della città, costituito da una industria chimica di sintesi del gruppo Enichem (già Montedison) e da una raffineria (IES).Il prodotto elettivo della prima è lo stirene, ottenuto a partire dal benzene che proviene, via pipe-line, per oltre 300 mila tonnellate-anno, dallo stabilimento di Marghera, rifornito, a sua volta, via mare, dallo stabilimento di Priolo (SR), anch’esso sempre appartenente al medesimo gruppo, dove il benzene viene originariamente distillato. I prodotti di raffineria sono invece benzine e gas liquidi.

Il Servizio Prevenzione e Sicurezza degli Ambienti di Lavoro (PSAL) della ASL di Mantova ha effettuato due diverse indagini epidemiologiche, che assumevano come ipotetica macro-fonte di rischio il complesso delle attività produttive dello stabilimento Enichem, ma che, insieme, hanno anche prodotto una sorta di valore aggiunto in termini di conoscenza scientifica:

L’indagine sui lavoratori evidenziò soprattutto un eccesso di rischio statisticamente significativo di morire per linfoma a carico dei lavoratori esposti a stirene e benzene durante le operazioni di trasferimento dei prodotti liquidi inerenti i serbatoi di stoccaggio, nonché le operazioni di carico-scarico delle autobotti e delle ferro-cisterne.

La mancata evidenza di un eccesso di leucemie, pur in presenza di significative esposizioni a benzene, sia per concentrazioni che per numero di addetti coinvolti, soprattutto durante gli anni ’80, e quindi, in vero, in un periodo ancora relativamente recente, ha suggerito un aggiornamento del follow up dal 1991 al 1998, attualmente in corso di conclusione, che ad una prima e macroscopica osservazione sembrerebbe ridefinire i risultati preliminari.

Al di là degli interessi squisitamente scientifici, l’utilità pratica ed attuale dell’indagine fu, da una parte, quella di confermare la giustezza delle priorità di bonifica perseguite per ridurre l’aerodispersione degli aromatici in situazioni lavorative specifiche, dall’altra, di estenderle anche al centro ricerche dello stabilimento (oggi completamente ristrutturato), con un complessivo beneficio anche rispetto all’inquinamento ambientale in senso lato.

Il lavoro di costruzione della coorte, di relativo follow up e di codifica delle cause di morte è stato materialmente condotto da due assistenti sanitarie con la supervisione di un medico del lavoro, che, a sua volta, si è avvalso di quella dei due citati istituti di ricerca. Per la ricostruzione delle esposizioni ha collaborato un tecnico diplomato dello stesso Servizio. Il lavoro si è svolto in assenza di finanziamenti locali o regionali, comunque richiesti e non ottenuti all’inizio degli anni ’90.

L’indagine sulla popolazione generale residente si è invece, al momento, concentrata sullo studio dell’incidenza dei sarcomi dei tessuti molli.

Si riportano schematicamente ed in forma divulgativa, i passaggi essenziali di una vicenda ambientale che trascende ampiamente i limiti territoriali in cui si iscrive, non solo per le sue rilevanti implicazioni scientifiche, data pressoché l’assenza di precedenti in letteratura, ma anche per quelle sociali e giudiziarie che sembrano ormai accomunare l’intero comparto della chimica in Italia.

Precedenti

L’indagine epidemiologica è iniziata nel luglio 1998 a seguito della segnalazione -pubblicata sulla rivista Epidemiologia e Prevenzione (22:1,1998), da parte di Gloria Costani, medico di medicina generale convenzionato con la ASL di Mantova e presidente provinciale di Legambiente- di un cluster di sarcomi dei tessuti molli, cioè un addensamento spazio-temporale di una rara forma di tumori maligni, in corrispondenza dell’insieme delle frazioni del Comune di Mantova (Castelletto, Formigosa, Frassino, Lunetta, Virgiliana) site a ridosso del polo industriale della città (Chimica Enichem, Metalmeccanica Belleli, Raffineria IES) e di quella antistante agli insediamenti industriali (Valletta Valsecchi), ma separata dal lago inferiore. Si trattava complessivamente di 5 casi rispetto ad un numero atteso, calcolato sulla base del Registro Tumori della regione Lombardia, inferiore a 1 e quindi di un rischio pari a 5. Un successivo studio di approfondimento, sempre a cura di Costani et al. (Costani G, Rabitti P, Mambrini A, Bai E, Berrino F), pubblicato di recente sulla rivista Tumori (86,2000) ha confermato la prima osservazione calcolando un rischio statisticamente significativo compreso tra 2.25 e 2.6.

E’ ormai una pacifica acquisizione scientifica che i sarcomi dei tessuti molli sono associabili alla "diossina" che si libera soprattutto per combustione di prodotti organici contenenti cloro. L’ipotesi del termocombustore Enichem, attivo dal 1974, appariva essere quella maggiormente suggestiva di essere verificata in prima battuta, non solo sulla base della letteratura, ma anche in considerazione del fatto che questo termocombustore:

La risposta delle istituzioni

Dopo una prima valutazione delle statistiche correnti di mortalità, che non apparivano adeguate per analizzare una forma tumorale trasversale per istotipo a più sedi anatomiche, la ASL di Mantova decise di dare mandato all’autore della prima indagine epidemiologica sui lavoratori Enichem anche per condurre un’indagine epidemiologica su tutta la popolazione residente della provincia di Mantova, allo scopo di valutare comparativamente la diversa incidenza dei sarcomi dei tessuti molli, correlabili, almeno in via ipotetica, con l’inquinamento prodotto dal medesimo insediamento industriale.

La Procura della Repubblica di Mantova decideva, in via giudiziaria, di delegare la medesima indagine allo stesso autore, anche in quanto titolare della qualifica di ufficiale di PG.

Il destinatario di questo "doppio mandato", amministrativo e giudiziario, di fronte all’immane compito che lo attendeva, suggerì ed ottenne che tre figure istituzionali della città, il Procuratore della Repubblica presso la Pretura, il Direttore Generale della ASL ed il Sindaco di Mantova, si "coalizzassero" attraverso un accordo scritto per compiere insieme, pur nel rigoroso rispetto dei reciproci ruoli istituzionali, un tratto iniziale di strada comune, necessario a tutti e tre per intraprendere poi, separatamente, azioni rispettivamente di tipo giudiziario, preventivo e di politica economica.

L’indagine si svolse sotto l’egida dell’indagine di polizia giudiziaria, ma ogni soggetto contribuì con proprie risorse a raggiungere l’obiettivo comune, in particolare: il Procuratore, oltre all’azione penale, fornendo consulenti nominati ad hoc per valutare alcune diagnosi istologiche, il Sindaco mettendo a disposizione sia la Polizia Municipale per recuperare e restituire le cartelle cliniche di interesse, sia l’Anagrafe Comunale per ricostruire le storie residenziali, il Direttore Generale della ASL, invece, rendendo disponibili allo studio anche una assistente sanitaria ed un tecnico del Servizio PSAL, conferendo incarichi ad esterni per prestazioni professionali specifiche, legate alla consultazione delle cartelle cliniche ed alla georeferenziazione dei casi di interesse, nonché impegnandosi a sostenere eventuali costi per la consulenza scientifica con l’ISS di cui, già all’interno dell’accordo trilaterale, si era posta fin dall’inizio l’esigenza, con particolare riferimento alle equipes del dott. Pietro Comba e del dott. Giovanni Marsili.

Successivamente, l’impatto sociale del problema suggerì anche l’istituzione di un tavolo istituzionale, presieduto dalla Direzione Sanità della regione Lombardia cui parteciparono, tra gli altri, la Direzione del Dipartimento di Prevenzione del Ministero della Sanità, la Direzione della ASL di Mantova, il Sindaco di Mantova, l’Assessore all’Ambiente della Amministrazione Provinciale di Mantova, l’Istituto Superiore di Sanità, l’ISPESL e la Cattedra di Epidemiologia dell’Università di Pavia.

Il tavolo istituzionale, di fatto, si limitò a prendere atto ed a confermare il gruppo di lavoro già operante da tempo, costituito da operatori ASL e ISS, cui si aggiunse il contributo significativo dell’Università "La Sapienza" di Roma.

Tale gruppo di lavoro (Ascoli V., Belli S, Benedetti M., Comba P, Gatti L, Marinaccio A, Nesti M., Ricci P, Tieghi A.) arrivò a stilare un protocollo definitivo nel dicembre 1999, ad indagine già molto avanzata.

Si sottolinea che il disegno dello studio ha recepito numerosi contributi e suggerimenti scientifici esterni al gruppo di lavoro stesso, provenienti dai maggiori ricercatori italiani e stranieri, tra cui Olav Axelson dell’Università di Linkoping (Svezia), i cui studi sui sarcomi costituiscono una vera e propria pietra miliare, Renzo Tomatis, già direttore della Agenzia Internazionale per la Ricerca sul Cancro (IARC) della OMS ed ancora Franco Berrino dell’Istituto Tumori di Milano, Cesare Cislaghi dell’Università di Milano e Benedetto Terracini dell’Università di Torino, epidemiologi la cui fama ed autorevolezza non richiede commenti.

E’ stata costruita una "macchina scientifico-organizzativa" poderosa, come documenta un’intera pagina di ringraziamenti in calce al rapporto conclusivo dello studio realizzato in meno di 2 anni dalla segnalazione del cluster.

Obiettivo dell’indagine epidemiologica

Accertare se:

  1. il cluster segnalato era reale oppure si trattava di un "artefatto", dovuto al carattere limitato dell’osservazione;
  2. la sua effettiva dimensione (quanti casi ?);
  3. la sua precisa ubicazione (quali zone ?);
  4. l’eventuale correlazione con il "polo chimico" della città e con il termocombustore Enichem.

La mole di lavoro

Quasi la metà dei residenti in provincia di Mantova affetti da tumore maligno, nel decennio compreso tra il 1989 ed il 1998, si sono rivolti a strutture ospedaliere esterne non solo alla provincia di Mantova, ma anche alla stessa regione Lombardia, in particolare quelle appartenenti alle regioni Veneto ed Emilia Romagna, per la presenza di importanti sedi universitarie confinanti con il territorio provinciale che fungono da poli di attrazione per le patologie complesse, con particolare riferimento a quelle di natura neoplastica.

Sono state consultate circa 30 mila cartelle cliniche di 25 ospedali, oltre ai dati di tutte le principali sezioni di Anatomia Patologica delle 3 regioni. Sono state escluse soltanto quelle strutture di ricovero in cui i pazienti arrivano con una diagnosi già definita. Le Direzioni Sanitarie hanno curato l’estrazione della documentazione dagli archivi ospedalieri; la polizia municipale del comune di Mantova ne ha garantito il trasporto ed il personale di ricerca la consultazione.

I numeri

I sarcomi totali così recuperati sono stati oltre 300 sull’intera provincia. Di questi sono stati esclusi:

Alla fine, la valutazione ha riguardato 229 casi.

La classificazione dei casi

Sotto la categoria "sarcomi dei tessuti molli" ricadono forme neoplastiche molto eterogenee per istotipo, che nel corso del tempo sono state oggetto di un importante dibattito scientifico e che, soprattutto per effetto del progresso delle tecniche diagnostiche, in particolare l’immunoistochimica, hanno comportato successivi aggiustamenti della loro classificazione, tuttora non univoca. Allo scopo di rendere omogenea il più possibile la casistica sotto questo profilo, tutte le diagnosi di sarcoma dei tessuti molli, sia periferici che viscerali, sono state riconsiderate, utilizzando al meglio la documentazione disponibile, con la collaborazione di esperti anatomo-patologi.

La decisione è stata quella di applicare ai casi gli schemi di classificazione proposti da Enzinger & Weiss (1995) e dalla Association of Directors of Anatomic and Surgical Pathology (1999), schemi modificati della classificazione WHO (Weiss & Sobin 1994). I sarcomi di Kaposi sono stati inclusi nella casistica, per ragioni di comparabilità con altri studi riportati dalla letteratura, ma sono stati anche oggetto di una analisi separata. I mesoteliomi, invece, per la loro forte associazione eziologica con l’amianto, sono stati esclusi.

L’informazione sui casi

Per i casi di interesse è stata ricostruita l’intera storia professionale secondo i dati INPS (cartacei ed informatizzati) e soprattutto la storia di residenza. Sarebbe stato troppo approssimativo, infatti, attribuire ai casi l’ultima residenza o la residenza al momento della diagnosi, considerando che le cause dei tumori "agiscono" nei 10-20 anni precedenti l’insorgenza della malattia e che i cittadini emigrano ed immigrano. Se si vogliono cogliere con precisione delle correlazioni spaziali meglio considerare la "residenza principale", cioè la residenza più lunga nel periodo di rischio, quello in cui le cause sono state "efficaci".

L’attribuzione geografica della residenza

Sulla base della residenza principale i casi sono stati attribuiti a 9 Zone, quasi sovrapponibili con i Distretti della ASL provinciale di Mantova che rappresentano degli aggregati comunali ben caratterizzati sotto il profilo socio-economico e che quindi si prestano particolarmente al confronto. Eccezione sono stati i comuni della cintura industriale di Mantova (Roncoferraro, S.Giorgio, Virgilio) raggruppati in un’unica Zona ed il Comune di Mantova, diviso da solo in tre Zone: la Zona3, riferita al centro città, la Zona2, riferita alla fascia costiera di Valletta Valsecchi antistante ma separata dal polo industriale di Mantova per la presenza del lago inferiore ed infine la Zona1, coincidente con i quartieri a ridosso del polo industriale.

Il confronto tra i valori di incidenza calcolati nelle 9 Zone

Il confronto tra le Zone ha assunto come "bianco", ossia come standard di riferimento, la Zona 3, il centro città, che ha evidenziato valori che si collocano nel range di quelli normalmente riportati in letteratura (Kaposi esclusi), cioè (4.3 x 100.000 nella Zona 3 versus 3.3-4.4 x 100.000 in Svizzera e versus 3.6-4.9 negli USA) Questo dato appare coerente con quanto emerge complessivamente dall’Atlante Regionale di Mortalità della Regione Lombardia che non evidenzia per Mantova alcunché di significativo.

Tra le Zone non sono emerse differenze apprezzabili. Unica eccezione il Distretto di Viadana, in cui si è osservata, per il solo sarcoma di Kaposi (non AIDS correlato), un’incidenza di 3.70 x 100.000 verso 1.50 x 100.000 riscontrato sull’intera provincia. Si tratta di un "sottotipo"di sarcoma dei tessuti molli che la letteratura scientifica associa a cause di origine microbiologica e che saranno approfondite in altra sede, esulando dall’ipotesi ambientale che questa indagine epidemiologica ha inteso verificare. Suggestivo è comunque apparso l’incremento di questa patologia in un’area fortemente caratterizzata da allevamenti suinicoli e relativo indotto agro-zootecnico.

Si trattava quindi di verificare se questo risultato negativo venisse confermato o meno anche da un’analisi ancor più approfondita, del tipo di quelle che hanno verificato l’insorgenza di tumori nelle popolazioni residenti vicino alle centrali nucleari, cioè il cosiddetto "studio caso-controllo geografico" (vedi tabella 2).

Lo studio caso-controllo geografico condotto nelle Zone del Comune di Mantova (Zona1, Zona2, Zona3) e nella Zona4 della cintura.

I casi di sarcoma dei tessuti molli sono stati geo-referenziati, cioè rappresentati come punti all’interno di una cartografia digitalizzata del territorio mantovano secondo coordinate geografiche che ne individuavano la "residenza principale". Questa "popolazione dei casi" (malati affetti da sarcoma) è stata confrontata con una "popolazione di controlli" (soggetti non affetti da sarcoma), estratta casualmente dagli archivi anagrafici in modo tale essere sovrapponibile per sesso e classe di età. Semplificando al massimo la metodologia dello studio si può dire quanto segue. Lo studio si dice:

Risultati dello studio caso-controllo

  1. Lo studio è risultato negativo per tutte le Zone del Comune di Mantova e per la cintura dei comuni limitrofi.
  2. Lo studio è risultato positivo soltanto per due quartieri compresi nella Zona 1: Frassino e Virgiliana, cioè i due quartieri del Comune di Mantova confinanti con la Chimica Enichem e con la Raffineria IES del polo chimico.

E’ stata quindi verificata una forte correlazione spaziale tra casi di sarcoma dei tessuti molli e "residenza principale" esclusivamente in due quartieri del comune di Mantova: Frassino e Virgiliana. Per i residenti di questi due quartieri, che contano complessivamente una popolazione di 1.300 abitanti al censimento 1991, la probabilità di ammalarsi di sarcoma dei tessuti molli rispetto ai residenti di altri quartieri dello stesso comune di Mantova, a parità di distribuzione per sesso e classe di età, è stata superiore di 25 volte (vedi tabella 2).

Tale rischio (calcolato anche escludendo i Kaposi) è statisticamente significativo (OR= 25.8 con IC al 95% 5.6 – 109.8) e si basa su 1 controllo e 7 casi: pochi, come valore assoluto; molti, per un tumore estremamente raro; importanti, per una patologia che, in analogia con gli eventi sentinella classici, come il mesotelioma della pleura, potrebbe essere spia di una situazione critica, capace di riconoscere un danno più esteso, coinvolgendo altre patologie neoplastiche e non neoplastiche.

Interpretazione dei risultati

Semplificando, si può affermare che, molto probabilmente, si è verificato un effetto di forte intensità, ma concentrato all'interno di una cerchio avente come centro l'inceneritore Enichem ed un raggio di soli 2 chilometri. Infatti, al terzo chilometro l'effetto scompare, tanto che il quartiere di Lunetta, collocato dietro agli altri due e quindi in posizione più distante dall'Enichem, non sembrerebbe mostrare alcun rischio (vedi figura 1). Il modello di simulazione della ricaduta delle emissioni dal forno inceneritore Enichem, costruito allo scopo da Giovanni Marsili dello ISS, appare compatibile con questa distribuzione spaziale dei casi.

La spiegazione di questo effetto particolarmente concentrato, si trova proprio nel fatto che, complessivamente, l'incidenza di sarcomi dei tessuti molli della Zona 1, in cui sono inclusi i quartieri di Frassino e Virgiliana, non si presenta significativamente più elevata di quella delle altre Zone. I casi di questi 2 quartieri, quindi, diluendosi in un'area più grande, si "mimetizzano" anche ad una osservazione mirata ma non sufficientemente analitica come quella che invece è stata condotta con lo studio caso-controllo geografico.

Allo stato attuale della ricerca, non sono emersi ragionevoli motivi per addurre spiegazioni alternative alla correlazione tra distanza della "residenza principale" dal forno inceneritore Enichem e probabilità di ammalarsi di sarcoma dei tessuti molli, anche se la presenza di diossina non è stata ancora accertata dall’indagine ambientale già programmata.

Sotto questa condizione, risulta quindi confermata la presenza del rischio osservato dal medico di medicina generale convenzionato con la ASL di Mantova, anche se collocato in uno spazio geografico molto più ristretto di quello originariamente segnalato ma con una intensità decisamente superiore.

La disponibilità della coorte dei lavoratori Enichem, già precedentemente studiata, ha consentito, attraverso un linkage tra questa e la popolazione dei casi, di calcolare contestualmente il rischio di ammalarsi di sarcoma dei tessuti molli, sia per "essere stato residente" vicino all’Enichem, sia per "aver lavorato" in Enichem. Come si evince dalla medesima tabella dei risultati, il rischio si modifica con la distanza della residenza dal forno inceneritore, mentre rimane sostanzialmente invariato rispetto all’esposizione professionale considerata. Questo risultato potrebbe essere spiegabile, almeno in parte, con il fatto che la ricaduta prevalente delle emissioni in uscita dal camino del forno inceneritore oltrepassa il perimetro dello stabilimento.

Intervallo temporale di attività della fonte di rischio.

Dal 1991 l'inceneritore Enichem, a seguito di interventi ASL successivamente recepiti da Comune e Regione, non è più autorizzato a trattare rifiuti conferiti da terzi (più difficilmente controllabili), ma soltanto quelli prodotti nel proprio Stabilimento.

Dalla stessa data, l'impianto cloro-soda è stato dismesso e questo impedisce che all'interno dello stabilimento si possano produrre rifiuti contenenti cloro, elemento indispensabile affinché nella combustione del forno inceneritore si possano generare diossine.

Le concentrazioni di diossina misurate al camino delle emissioni di Stabilimento, pur trattandosi soltanto di rilevazioni di parte aziendale da verificare, appaiono coerenti con quanto sopra, evidenziando cioè concentrazioni non particolarmente significative.

Da ciò si può ragionevolmente ritenere che l'intervallo temporale, durante il quale ha agito il rischio presunto, si collochi tra il 1974 (anno di attivazione dell'inceneritore) e 1991, "anno spartiacque" tra vecchia e nuova gestione dello stabilimento chimico di Mantova che, sotto l’azione congiunta del Servizio PSAL e della Magistratura, ha visto, da una parte, lo smantellamento del cloro-soda, dall’altra, l’avvio del risanamento degli impianti.

 

Raccomandazioni per il prossimo futuro

 

Punti forti dello studio

  1. Individuazione di casi occorsi in un lungo periodo di tempo, pari ad un decennio (1989-1998), il cui "eccesso" all'interno di due quartieri di una Zona specifica appare molto elevato e statisticamente molto significativo;
  2. ricerca dei casi, insorti nel decennio considerato, tra tutti i residenti della provincia di Mantova colpiti da qualsiasi tumore maligno e diagnosticati negli ospedali di Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna, allo scopo di recuperare effettivamente tutti i casi, compresi i soggetti emigrati nel corso degli anni dalle Zone più vicine al "polo chimico" di Mantova, ma che sono stati ivi residenti nel periodo di maggior rischio;
  3. conferma istologica di tutte le diagnosi con verifica della loro congruenza e classificazione;
  4. verifica della data di insorgenza della malattia, allo scopo di considerare soltanto i nuovi casi insorti nel decennio di osservazione per misurare il "gettito" di nuovi casi e non la loro "semplice-presenza" che potrebbe riferirsi a soggetti che si sono ammalati in epoche antecedenti al periodo di osservazione e che sono poi andati incontro a recidive o metastasi. Una inclusione anche di questi casi avrebbe potuto comportare una sovrastima del rischio che invece si può escludere;

5. utilizzo per l'analisi dei dati della residenza principale (più lunga) nel periodo di maggior rischio, allo scopo di considerare solo periodi di residenza significativi e non brevi od occasionali;

6. verifica presso l'INPS della storia lavorativa dei casi che ha contribuito ad escludere ipotesi correlative diverse dalla residenza;

7. confronto interno tra zone geografiche omogenee che escludono l'influenza di variabili incontrollate dipendenti da diversi contesti socio-economici e quindi da diversi stili di vita;

8. utilizzo di una popolazione di controllo all'interno di un modello di studio validato per le "piccole aree" che, ad esempio, ha consentito di verificare gli effetti delle centrali nucleari sulle popolazioni residenti nelle zone limitrofe;

9. allargamento dei contributi critici sul modello dello studio adottato ai maggiori ricercatori nazionali ed anche internazionali sul problema specifico, come emerge dalla "pagina dei ringraziamenti"del rapporto finale dello studio;

10. coinvolgimento di tutte le istituzioni locali, regionali e nazionali che hanno garantito di ottenere la massima efficienza ed efficacia alla "macchina organizzativa" dedicata all'indagine.

Punti critici dello studio

  1. La presenza dell'agente causale, cioè la diossina, verosimilmente generata dalla combustione del forno inceneritore Enichem, è ragionevolmente ipotizzata sulla base di dati storici relativi al forno inceneritore medesimo, ma non è documentata oggettivamente. Campionamenti e misure nelle matrici ambientali e biologiche potrebbero evidenziare, nel confronto con le zone limitrofe, concentrazioni cumulative di diossina molto superiori nei quartieri di Frassino e Virgiliana
  2. Le diagnosi dei casi di interesse, che hanno generato un rischio così elevato, sono state sottoposte ad una verifica di congruenza, ma non ad una revisione istologica da parte di un panel di esperti.

L’epilogo dello studio

Con Decreto del Ministro della Sanità il 31 agosto 2000 è stata istituita a Roma una commissione nazionale tecnico scientifica, presieduta dal Direttore del Dipartimento di Prevenzione del Ministero della Sanità, incaricata di verificare e di confrontare gli studi condotti a Mantova sui sarcomi dei tessuti molli, nonché di individuare alcuni filoni di approfondimento, attraverso la stesura di progetti specifici di ricerca, con particolare riferimento agli aspetti inerenti l’attribuzione della esposizione ambientale a diossine.

Il Sindaco di Mantova con la sua Giunta, a seguito dei risultati dello studio caso-controllo geografico, ha chiesto una moratoria, almeno in attesa delle risultanze preliminari dei lavori della commissione, per la costruzione di un nuovo termocombustore di rifiuti, previsto proprio nel medesimo sito occupato dall’esistente, che ha già ottenuto il nulla osta regionale, in vero prima della divulgazione dei risultati dello "studio sarcomi", ma che, secondo gli stessi dati di fonte aziendale, sembrerebbe incrementare l’emissione di diossine, anche se venisse attivato in sostituzione dell’esistente. Oggi, comunque, le quantità in gioco sono relativamente modeste, ma riguardano, pur sempre, un territorio che ieri ha subito complessivamente un inquinamento chimico molto pesante. Che fare? Rinunciare completamente all’impianto, dislocarlo altrove, applicare la migliore tecnologia possibile per abbattere ulteriormente le emissioni, oppure nulla ? Il dibattito è aperto.

L’epilogo dell’autore locale dello studio

L’autore locale dello studio è stato subito raggiunto dagli strali del tonante ed arcigno Padre Totemico. Quando poi egli ha addirittura osato contestare pubblicamente la "normalizzazione" dei risultati che si sarebbe voluta propinare agli astanti, avendo anche l’ardire di sbattere la porta, apriti cielo ! Si è scatenata una reprimenda biblica, strutturata in una serie di ferrei divieti: non deve essere membro della Commissione Ministeriale, non deve partecipare come relatore al Centenario della CGIL, non deve……..

Dodici anni fa, il neo-assunto autore locale dello studio entrò per la prima volta in Montedison, in forza dei poteri ispettivi che competevano alla pubblica amministrazione ma che fino ad allora questa non aveva voluto esercitare nel totale silenzio di tutti. Sempre per la prima volta, lo stesso autore impartì una formale prescrizione per il controllo del rischio cancerogeno, che precedette una lunga serie di diffide e denunce penali. L’autore si trovò subito in "consiglio di disciplina", ma ne uscì "alla grande", perché la Montedison subì, in poco più di due anni, 14 procedimenti penali e 13 condanne definitive per reati contro l’ambiente e contro la sicurezza del lavoro. La storia non si ripete mai, si dice, ma è anche vero che spesso "si assomiglia".

Il prologo giudiziario

Sia per i tumori insorti tra i lavoratori dello stabilimento chimico che per quelli comparsi tra i residenti dei quartieri industriali, in cui insiste il polo chimico della città, è stata avviata una nuova indagine giudiziaria, per accertare a tutto campo danni e responsabilità. Si sta costituendo il collegio dei consulenti tecnici del Pubblico Ministero Giulio Tamburini, avendo cura di includere autorevoli figure della comunità scientifica internazionale, nonché di acquisire tutta l’esperienza maturata in sede scientifica e processuale nei noti fatti del Petrolchimico di Marghera, che hanno visto protagonista il Pubblico Ministero Felice Casson. Il cerchio si sta per chiudere.

Paolo Ricci


SNOP55/56 - Dicembre 2000